Questa è la storia di Christian, un cameriere di trentasette anni, divorziato che amava
scrutare con cura il mondo che lo circondava.
Fu così che, durante una pausa al lavoro, trovò il diario di Artemisia.
Quest’ultimo conteneva una storia, quella di un “girasole” e di come siano stati tutto senza essere
nulla,
perché alle volte è così: resta solo l’essenza di ciò che poteva essere ma che non sarà mai.
Arte scrisse continuamente dopo che egli decise di andar via da lei, gli dedicò i pensieri della sua anima
senza ricevere nulla in cambio,
se non un piccolo spazio del suo cuore, dove Diego la porterà per sempre.
Dedica
A chi vorrebbe dire tante cose, ma non sa da dove iniziare.
A chi invece sa perfettamente cosa dire.
A chi nei libri trova un rifugio per l’anima.
A chi, come me, scrive per sopravvivere.
Capitolo 1
Era appena entrata l’estate. Eppure, l’aria calda in Sicilia era arrivata già da un po’.
Come ogni sera, mi ritrovai seduto su un gradino, vicino al lungomare di Acitrezza. Come sempre fumavo le
mie Chesterfield blu
osservando la luna e tutte le persone che di fronte a me passeggiavano. Alcune felici e spensierate altre
invece smarrite. Come me. Avrei dato tutto per tornare a sentire quello strano senso di felicità. Quello
che
parte dal basso, vibra nelle ossa e ti fa schizzare il sangue al cervello.
Ma quegli anni sono ormai troppo lontani per ricordare i dettagli. In molti prestano così tanta attenzione
ai dettagli da finire col dimenticare persino le emozioni vissute in quel luogo e io sono sempre stato uno
di quelli. Catturato e imprigionato in una realtà tristemente cristallizzata, ogni sera mi perdevo fra
l’aria calda, la luna e le coppiette felici che mi trovavo davanti. Mi divertivo a indovinare se fosse
l’amore di una vita o una semplice storiella da spiaggia.
A volte finivo un intero pacchetto di sigarette durante la pausa al lavoro.
Erano sempre abbastanza palesi le intenzioni da parte dei giovani, tutti uguali. Stesso taglio di capelli,
stesso modo di ridere, stesse scarpe. Sembravano usciti tutti dallo stesso stampo.
Una sera però vidi una coppia diversa dalle altre. Lei sembrava essere uscita da un film. Aveva i capelli
mogano e mossi, abbastanza lunghi da incastrarsi ovunque. E se è vero che i capelli trattengono i ricordi,
lei ne tratteneva parecchi. Lo si notava da come si torturava le mani, probabilmente sudate. Lui, invece,
era una sorta di miscuglio tra l’essere e l’apparire. Dei capelli ricci castani, occhi verdi e un
tatuaggio
sul collo con una scritta che non riuscivo a decifrare. Ebbi l’impressione che non fosse sincero del
tutto.
L’atteggiamento spavaldo con cui gesticolava celava qualcosa di più, ma che probabilmente non voleva
lasciar
trasparire.
Continuavo a osservarli, come se fossi uno stalker, cercando di capire se ci fosse qualcosa di davvero
importante fra loro, ma non ci riuscii. Sedevano su un muretto, lei parlava troppo convinta di riuscire a
nascondere le sue insicurezze e lui continuava a fissarla fingendo di ascoltarla. In realtà, credo volesse
soltanto baciarla. Era palese e anche lei se n’era accorta, per questo aveva iniziato a parlare, come
fosse
un disco rotto.
A un tratto, la tensione sparì.
La luna si schiarì rendendoli più coraggiosi. Dentro me urlavo: “Ragazzo, carpe diem!” E poi, accadde. Lui
si avvicinò e le diede un tenero bacio sulle labbra, molto delicato e allo stesso tempo passionale.
Avevano
bramato quel bacio per chissà quanto tempo e adesso erano lì. Nel posto giusto, al momento giusto.
Riuscivo a percepire l’emozione dentro il cuore di lui e il nervosismo da parte di lei che continuava a
tremare, nonostante non ci fosse un filo di vento quella sera.
C’era qualcosa di familiare in loro. Mi ricordavano me alla loro età.
Non che io sia vecchio, ma a trentasette anni non ci si può nemmeno considerare uomini vissuti. Anche se
ammetto che qualcosa della vita la capisci. Soprattutto quando finalmente ottieni tutto ciò che hai sempre
desiderato. Sei lì. L’hai afferrato. Sei convinto che nessuno potrà portartelo via. È lì che il destino
entra in ballo e te lo fa scivolare dalle mani. Fu così che persi tutto... Susanna, mia moglie o meglio
dire
ex moglie. Persi persino il nostro cane Benny. Lo lasciai a lei. Nella stanza che avevo affittato non
c’era
posto nemmeno per me. E quando ami qualcuno, a volte, per il suo bene devi fare ciò che è giusto, anche se
fa male. Comunque, vado a trovarlo spesso e ogni sua scodinzolata, riempie la distanza tra noi,
annullandola.
Quando vedo coppie come loro, mi ritorna in mente quando la vidi ventidue anni fa. Indossava una camicetta
a
pois, i capelli un po’ spettinati, ma era pur sempre bella. Se solo sapessi descrivere a parole quanto lo
fosse, diverrei il miglior poeta contemporaneo della mia generazione. Lei mi atterriva, ed ero talmente
paralizzato dalla sua bellezza che decisi doveva essere mia, a qualunque costo. Credo di non aver mai
desiderato nulla così intensamente. E stranamente, nonostante la mia goffaggine riuscii a conquistarla.
Purtroppo, però il destino aveva in serbo per noi altro. Così dopo qualche anno di matrimonio, qualcosa si
ruppe. Lei continuava a dire che stavo troppo al lavoro. Che non la toccavo più come prima. Che non era
più
sicura di amarmi e l’ho persa, forse, per sempre…
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Capitolo 2
Passò un anno.
Eppure nulla era cambiato.
Nemmeno io.
Ero ancora seduto su quello scalino a fumare. Senza la mia Susanna.
Le notti erano tutte uguali. Qualcosa in me si stava spegnendo. Stavo cessando di esistere.
Stavo per rientrare al lavoro quando vidi quello che sembrava un raggio di sole in una notte dove la
luna
era più
luminosa che mai.
Era lei.
La stessa ragazza che qualche tempo fa su quel muretto era in compagnia di apparire ma non essere.
Era quello il soprannome che gli avevo dato. Adesso raggio di sole era sola.
Osservava il mare e in mano teneva un diario.
La osservai attentamente e potei vedere chiaramente le sue lacrime che, come onde che s’infrangono sulle
rocce, le cadevano sul viso.
Vidi che voleva gettarlo giù.
Come se quel diario contenesse un peso troppo grande per quel suo giovane cuore. Ma non ebbe il coraggio
e
lo lasciò sul muretto voltandosi e non tornando più indietro. Come chi sa che andare avanti è l’unico
modo
per tornare a vivere. Incuriosito mi avvicinai e lo raccolsi. Avevo ragione era un diario, con scritto
sulla
copertina: Sei tu il mio “qualcosa di nuovo”. Avrei voluto aprirlo e leggerlo, ma non era eticamente
corretto. Mi voltai e corsi verso raggio di sole. Se mai l’avessi raggiunta non avrei saputo cosa dirle.
Perché l’hai lasciato lì? Stai bene? Perché piangi? Posso aiutarti? Non ne avevo idea, ma continuai a
correre.
Era sabato sera e la folla fitta come sempre. E non riuscii più a trovarla. Si era persa o
voleva
semplicemente scappare. Da chi o cosa non toccava a me saperlo. Forse lo aveva lasciato lì perché sapeva
che il passato, a un certo punto, non dev’essere più parte del presente.
Tornai al mio lavoro. Tenendolo gelosamente stretto al petto. E se l’avesse lasciato lì per me? Ma che
dico, lei non sa nemmeno che esisto. Terminato il turno, rientrai a casa. La curiosità mi logorava. Scelsi
di
aprirlo. Dentro c’era una storia. La sua storia. Lessi tutta la notte, senza fermarmi.
Quando arrivai all’ultima pagina, avvertii delle strane sensazioni allo stomaco.
Al punto da spingermi a fare qualcosa che non avrei mai pensato di fare.
Perché tante cose nella vita ci portano a cambiare, ma non avrei mai pensato che avesse potuto farlo un
semplice diario…